Melfi, come la Basilicata intera, nonostante
il ruolo preminente avuto nella storia meridionale in epoca
normanno-sveva, è vissuta per lungo tempo isolata sul
piano culturale.
Dopo la Scuola di diritto fondata a Melfi dal giudice Pietro
da Venosa e dopo gli Studi umanistici di Riccardo da Venosa
con il
Liber de Paolino et Polla, originale opera
letteraria di epoca federiciana, non vi fu alcun altro fermento
culturale di rilievo.
Insediatosi a Napoli il centro amministrativo e politico dell'Italia
meridionale, la Basilicata ridiventò una regione impervia
ed isolata, non più interessata dai traffici che ormai
seguivano vie diverse.
Gli Angioini la asservirono come terra di conquista e l'abbandonarono
all'incuria ed all'isolamento. Per secoli in Basilicata le
condizioni di vita rimasero immutate, contrariamente a quanto
avveniva nelle altre regioni dell'Italia meridionale, e neppure
l'umanesimo ha fatto sentire i suoi effetti a causa della
inesistente propensione all'erudizione, premessa indispensabile
per lo sviluppo di studi storici.
Così la traduzione della
Geographia di Strabone
restò ignota e anche i viaggiatori si arrestavano ai
confini della regione: Michele Ferrarino e Giovanni Giocondo
nel XV Secolo, Simone Wallambert. Everardo Elio Vorstio ignorarono
la Basilicata, pur giungendo a Salerno, Napoli e nel Vallo
di Diano.
Prima che Matera entrasse a far parte della Basilicata, distaccandosi
dalla Terra d'Otranto nel 1663, Melfi era fra i centri più
progrediti della regione, con Venosa, Potenza e Miglionico.
Nel XVI Secolo, con Vincenzo Bruno da Melfi ed i francescani,
si è avuto un certo fiorire di studi filosofici e di
teologia, senza però mai inserirsi nelle correnti di
pensiero di più largo respiro ; la loro produzione
restava superficiale ed inedita. Le prime ricerche storiche
ebbero inizio solo nella seconda metà del Cinquecento
ad opera di Antonio Paglia, pugliese. Sebastiano Facciuta,
dottore in teologia e poeta, nel 1587 pubblicava l'orazione
Dell'Antichità e nobiltà di Melfi (Marescotti,
Firenze). Benedetto Mandina, melfitano, controriformatore
convinto, con i suoi scritti a difesa della chiesa e con la
sua condotta di vita irreprensibile, si guadagnava prima la
nomina a vescovo di Caserta nel 1594 e poi a membro del Tribunale
del Santo Uffizio romano che inquisì Bruno e Campanella,
quindi l'incarico politico di riunificazione del mondo cristiano.
Nominato Nunzio Apostolico in Germania e in Polonia, pubblicava
la
Oratio de foedere cum Christianis contra Turcum paciscendo,
habita in comitis Varsaviae 3 Kal., apr. 1596 (Cracoviae,
Lazarus, 1596).
Gli storici ed i cronisti lucani non superarono il limite
della cronaca e non riuscirono a dare visioni organiche delle
vicende del proprio paese, salvo l'opera di Francesco Sanseverino
nel XVII secolo a Senise. Le fonti storiche di cui si avvalevano
i cronisti restavano sempre le stesse e limitatissime ;
le cause e gli effetti degli avvenimenti non venivano analizzati
e le storie erano spesso trasformate in leggende, alla pari
delle agiografie e delle vite dei santi.
Una certa vivacità di dibattito su tesi contrapposte
si riscontra negli scritti di Stefano del Zio a Melfi sugli
studi economici riguardanti la convenienza allo sviluppo dell'industria
zootecnica rispetto a quello della cerealicoltura, sostenuto
invece da Carlo Parrino.
Nella sua memoria diretta al Principe nel 1646
Dell'Industrie
che si potranno fare nello Stato di Melfi, egli proponeva,
con evidente lungimiranza, di incrementare gli allevamenti
zootecnici e di impiantare caseifici e nuovi centri rurali.
Evidentemente il Del Zio non fu buon profeta e il suo studio
restò ignorato.
La difficoltà a conoscere le reali condizioni economiche
e sociali del passato è in gran parte dovuta a questa
carenza di studi economici ; in aiuto soccorrono le relazioni
dei vari governatori del Principe sebbene esse non sempre
sono obbiettive per ragioni riconducibili a calcolo di convenienza
del redattore di turno.
Dalle diverse
Descrittioni del Regno di Napoli della
prima metà del Settecento,
uniformate alla
Della Descrizione del Regno di Napoli del signor S (cipione)
M (azzella)
napoletano del 1597, si legge
stranamente un giudizio di ricchezza per la regione Basilicata;
eppure la delusione fu forte per Carlo di Borbone nel gennaio
del 1735 quando, approdando a Matera dalla Puglia, riscontrava
che erano pure fandonie la ricchezza dei luoghi e la fertilità
della terra. Il sovrano restò impressionato dall'abbandono
e dalla miseria tanto da disporre una inchiesta sulle condizioni
della regione. L'incarico venne dato a Rodrigo Maria Gaudioso
che, attenendosi al compito, non poté non fornire un
resoconto desolante delle condizioni della Basilicata all'inizio
della dominazione borbonica.
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